domenica 28 luglio 2013

Capitolo 9:Confronti

Quel lunedì mattina, Oksa e Gus filavano a tutta velocità sui roller. Oksa continuava a sentirai sottosopra. le sembrava di soffocare: il suo segreto le occupava molto spazio dentro e pareva dilatarsi di ora in ora. Più volte i piedi l'avevano condotta al telefono o al computer, e per poco non aveva ceduto alla  tentazione di raccontare tutto a Gus.
<<Va a finire che esplodo...>>si era rattristata la domenica sera accasciandosi sul letto
Per fortuna aveva dormito un sonno pesante come piombo, grazie a una pozione speciale preparata da Dragomira:  l'Elisir di Morfeo, composto da prezzemolo, vino, miele e bava d'Incompiuto, le aveva spiegato la nonna. Bava d'Incompiuto? Doveva essere uno scherzo dragomiriano, poco ma sicuro...
Quel lunedì la ragazza avrebbe dovuto affrontare due ore di lezione con il professor McGraw: matematica alle nove e fisica alle undici. Che modo barbaro di iniziare la settimana! Per consolarsi, si diceva che poi sarebbe stata tranquilla per il resto della giornata. Fino all'indomani. Che piaga, quel McGraw!
Arrivati a scuola, i due amici sistemarono i roller negli armadietti. Merlin li stava aspettando; poco più in là un gruppo di ragazze squadrò Gus, con occhi avidi e risatine nervose.
<<Che branco di galline...>>mormorò Oksa.
Di solito, questo genere di comportamento la divertiva. Quel giorno invece, chissà perché, la esasperava.
<<Chi?>>fece Gus, sempre impermeabile alle smancerie delle ragazze.
<<Ciao!>>si intromise Merlin avvicinandosi.<<Vi ho visti dall'autobus: caspita, filavate come frecce!>>
<<Capirai, Oksa praticamente è nata con le ruote ai piedi>>, rispose Gus lanciando un'occhiata divertita all'amica.
Merlin emise un fischio di ammirazione. Oksa si voltò, sentendosi le guance in fiamme.
<<Bene, forse adesso è il caso di andare...>>esclamò precipitosamente, lisciandosi le pieghe della gonna.
La prima ora di lezione di inglese con il professor Benti passò molto in fretta. A dire la verità, per gli allievi di quarta Idrogeno passò anche troppo in fretta. E, scoccate le nove, si diressero verso l'aula di scienze. Gus entrò per primo, e per primo salutò il professor McGraw, che stava piantando un chiodo nel muro.
<<Seduti e silenzio, per favore! Se ne siete capaci>>, esordì a mo' di benvenuto.
Mentre gli allievi prendevano posto, appese alla parete un piccolo quadro con l'immagine olografica di una strana e misteriosa spirale. Gesto che fece restare perplesso più di uno fra i presenti...
Dopo essersi assicurato che il chiodo tenesse saldamente, il professor McGraw si girò e fissò lo sguardo color inchiostro sui ragazzi, passandoli in rassegna a uno a uno, quasi cercasse di smascherare il colpevole di un crimine orrendo. Quell'uomo sembrava constantemente sospettare di chiunque, anche se non si capiva bene di che cosa. Dopo quell'ispezione glaciale, diede loro le spalle e scrisse l'ordine del giorno alla lavagna. All'improvviso, quel silenzio di piombo fu spezzato dal rumore di una matita che cadeva a terra. Il professor McGraw si bloccò e, senza nemmeno voltarsi, disse brutalmente:<<Signorina Beck! Ha forse bisogno di aiuto per trattenere l'estrema vitalità mattutina della sua matita, o crede dk potercela fare da sola?>>
<<Mi scusi, professore >>, balbettò la sfortunata Zelda chinandosi a raccogliere la matita.
Alcuni degli alunni si cambiarono occhiate sorprese. Altri abbassarono, terrorizzati. Oksa lanciò a Zelda un lieve sorriso di conforto. La ragazza scosse all'indietro i lunghi capelli castani e i suoi grandi occhi scuri risposero con uno sguardo disperato.
<<Prendete il quaderno>>, ordinò il professore, <<e ricopiate l'enunciato di questo esercizio.>>
Sempre girato verso la lavagna, continuò a scrivere ciò che aveva cominciato. Due minuti più tardi, si interruppe di nuovo. Si voltò a fissare Zelda che, in preda all'agitazione, aveva accidentalmente fatto scivolare lo zainetto dallo schienale della sedia.
<<Poiché lei ha deciso di disturbare la mia lezione all'infinito, signorina Beck, mi permetta di turbare a mia volta l' impiego del suo tempo affibbiandole due ore di castigo!>>
<<Ma signore, non l'ho fatto apposta!>> protestò Zelda, con le lacrime agli occhi.
<<Oh, per favore! Non pensate di commuovermi con pianti e suppliche: sono immune a queste moine.>>
<<Questo è poco ma sicuro...>> mormorò Oksa.
Il professor McGraw si girò verso di lei
<<La signorina Pollock ha forse qualche commento di cui voglia renderci tutti partecipi?>>
Oksa si bloccò stupita. Può fece un bel respiro e rispose:<<Credo che affibbiare due ore di castigo per uno zainetto che cade per terra sia un po' troppo severo>>.
Prima di rispondere, il professore lasciò spazio a un silenzio che gettò i ragazzi nel panico.
<<Signorina Pollock, per quanto eroico sia il suo intervento, la dispenso da qualsiasi giudizio>>, sibilò con voce tagliente.<<Le due ore di castigo sono assolutamente giustificate, e non sta a lei metterle in discussione. E adesso riprendiamo la lezione. L'interruzione è durata fin troppo.>>
Ricominciò a scrivere sulla lavagna con trattenuto nervosismo.
È un sopruso, disse fra sé Oksa. Di fronte alla durezza di quell'uomo glaciale si sentiva invadere dalla collera e dalla frustrazione. Eppure disponeva di tutti i mezzi per metterlo alla prova...  Fargli cascare la lavagna in testa o far svolazzare i fogli del libro posato sulla cattedra: la scelta era vasta. Poi le venne un' idea. Un attimo dopo, il pennarello  con cui il professore stava scrivendo gli volò letteralmente di mano, schizzò contro il soffitto e precipitò a terra. Per caso o di proposito? Comunque, il rumore secco prodotto dalla caduta del pennarello non mancò di colpire i nervi di McGraw. L'intera classe trattenne il fiato. Al colmo dell'esultanza, Oksa si agitò sulla sedia, i cui piedi metallici stridettero sul parquet incerato. Gusto le lanciò uno sguardo allarmato, mentre il professore si irrigidiva pericolosamente. Poi il ruggito, gutturale, spaventoso:<<SIGNORINA POLLOCK!>>
Il cuore di Oksa fece una capriola. Il professor McGraw continuava a dare le spalle, ma nessuno aveva bisogno di guardarlo in faccia per comprenderne la furia,
<<Signorina Pollock!>> ripeté con voce tonante.<<Esca dall'aula im-me-dia-ta-men-te!>>
Sul viso di Oksa il sorriso lasciò posto a un' espressione di panico. Il sangue le si ghiacciò nelle vene mentre sentiva le orecchie tapparsi sotto la pressione che schizzava alle stelle. I compagni la fissarono a bocca aperta. Nessuno capiva perché il professore se la prendesse con lei. Cercando di non mostrarsi turbata lasciò l'aula con fierezza, senza segnare di uno sguardo il terribile McGraw.


Una volta fuori, però, si sentì a disagio, furiosa e spaventata al tempo stesso per essere stata cacciata dalla classe. Vagò per un po' in corridoio, passando accanto alle aule di cui si vedeva l'interno attraverso i vetri. Il professor McGraw le aveva chiesto di uscire, ma lei non sapeva dove andare. E tutto per uno stupido scricchiolio della sedia...
È troppo, si disse, nauseata per quello che considerava un autentico abuso di potere.
Continuò a vagare per il corridoio rosicchiandosi nervosamente un'unghia. Passando davanti alle toilette, si ritrovò faccia a faccia con un tipo che usciva dai bagni dei maschi. ORRORE! Era il bruto che le aveva dato lo spintone!
<<Allora, mocciosa, fai la posta ai bagni dei maschi?>>le sbuffò sul naso, girandole intorno come un leone con la preda, e impedendole qualsiasi possibilità di fuga.
Poi, in modo del tutto inaspettato, la spinse violentemente all'interno dei bagni.
Oksa si precipitò verso il fondo andando a raggomitolarsi dentro uno dei gabinetti. Inutile tentativo, lo sapeva benissimo: era alla mercé di quell'Ostrogoto, intrappolata come un sorcio. Ma cosa voleva? Perché se la prendeva tanto con lei? Ben presto l'energumeno le fu addosso.
<<Ah, eccoti qua! Facciamo meno le furbe adesso, eh?>>sbraitò quello, fissandola con occhi neri penetranti come frecce avvelenate. <<Ti sei fatta sbattere fuori, vero? La signorina di crede il genio del secolo, guardati, invece: sei solo una mezza cartuccia!>>
<<Non ci conosciamo nemmeno! Non ti ho fatto niente, lasciami stare>>,tentò di difendersi lei.
<<E perché dovrei lasciarti stare?>>ribatté lui con cattiveria.
Spaventata, Oksa si rannicchiò nel poco spazio che le restava. Cominciò a tremare, le si annebbiò la vista, le parve di non avere mai provato tanta paura in vita sua. Nello stesso tempo, il fatto di ritrovarsi in quella situazione assurda la fece infuriare.
<<Non voglio più vederti sulla mia strada, mi rompe avere delle mocciose come te fra i piedi>>,vomitò l'Ostrogoto da quella bocca flaccida. <<Ora ti chiudo a chiave qui dentro, perché il gabinetto è l'unico posto in cui meriti di stare, tu e quei poppanti come te che si credono più fighi degli altri...>>
A quelle parole completamente prive di logica, Oksa si morsicò il labbro talmente forte da sentire il sapore ferroso del sangue. L'Ostrogoto la afferrò per il braccio e la strattonò fuori dal gabinetto. Oksa gemette. Il gorgo di terrore che le si era formato in fondo alla pancia si stava a poco a poco ingigantendo in un'onda di collera smisurata. Non si sarebbe lasciata sopraffare! All'improvviso, una delle porte sbatté violentemente contro il muro. Oksa trasalì. Ma la sua sorpresa aumentò ancora di più quando tutte le porte cominciarono a sbattere con una violenza tale da staccare pezzetti di intonaco dai muri. Un frastuono spaventoso. Stava osservando la scena a occhi sbarrati, quando l'Ostrogoto le sferrò una manata sulla schiena. Lei si voltò. Quello sembrava proprio non capire quanto la situazione fosse... anomala! Anomala e pericolosa! Tendendo una mano davanti a sé per impedirgli di avvicinarsi, lo fissò con la voglia matta di appiattirlo come una frittella. Di colpo, si udì un boato e il corpo dell'Ostrogoto iniziò ad agitarsi in preda agli spasmi. Oksa non capiva bene cosa stesse accadendo, ma non poté non accorgersi del risultato: come attaccato da una forza invisibile, l'Ostrogoto fu sollevato da terra e scagliato contro i lavandini a più di quattro metri di distanza! Ricadde contro le piastrelle con un grugnito di dolore e se ne restò a terra stordito, con il sangue che gli colava dal naso. Oksa si precipitò da lui, sconvolta e terrorizzata.
<<Non ho fatto niente! Non ti ho nemmeno toccato... Non sono stata io!>>si difese, torcendosi le mani. <<Giuro che non sono stata io, lo giuro!>>
L'Ostrogoto si rialzò a fatica strofinandosi la testa, e le lanciò uno sguardo assassino. I pantaloni, scivolati sulle anche, lasciavano spuntare un rotolino di grasso bianchiccio. Con fare brusco, si passò una mano fra i capelli neri a spazzola, e si tirò su i calzoni. Poi avanzò pesantemente verso Oksa, alzando un pugno minaccioso. In quel momento si aprì la porta: il signor Bontempi irruppe nei bagni e li guardò con aria severa.

domenica 21 luglio 2013

Capitolo 8:Uno Sconcertante Segreto

A Londra come a Parigi, il primo gesto di Gus quando si svegliava era quello di spegnere il computer. Non poteva chiudere una giornata senza dedicare almeno un'ora a un video gioco. E quando sentiva sopraggiungere il sonno, la maggior parte delle volte proprio davanti al computer, si cacciava sotto le coperte in stato comatosi e si addormentava di colpo, con lo schermo che proiettava una luce bluastra sulle pareti.
Quel sabato londinese aveva un sapore davvero strano. Era il primo trasloco della sua vita, eppure ciò che adesso provava era lontano anni luce da quello che aveva temuto. Un cambiamento che non comportava nulla di terribile, e che anzi si rivelava piuttosto eccitante. Nel giro di una settimana tutto gli era diventato quasi familiare! Lui che aveva avuto paura di quel trasferimento al punto da star male, non riusciva a credere di sentirsi invece così bene. Certo, non poteva negarlo, quel fulmineo spirito di adattamento era favorito dalla presenza dei Pollock, soprattutto di Oksa. Ma, come diceva sua madre, bisognava prendere il buono quando arrivava...



Decise di andare a fare colazione. I suoi genitori erano già in piedi e gli stamparono un bacio sulle guance.
<<Come siete affettuosi...>>disse lui, facendo finta  di asciugarsi con la manica del pigiama.
Pierre Bellanger, soprannominato dagli amici <<il Vichingo>>, era un uomo massiccio, sempre vestito di nero. Un ciuffo di lunghi capelli biondi brizzolati gli scendeva sulla fronte coprendogli una parte del viso rotondo. Jeanne aveva invece il volto ovale e dolce di una madonna incorniciato da corti capelli neri. Il suo aspetto  agile e slanciato era in armonia perfetta con la vivacità degli occhi scuri. A trent'anni, quando avevano scoperto di non poter avere figli, il colpo era stato duro per entrambi. La tristezza e la malinconia avevano invaso il cuore di Jeanne, e lei non riusciva a darsi pace. Pierre si stordiva con il lavoro, rientrando a casa solo per precipitare in un sonno tormentato. Un giorno di primavera si ritrovarono di fronte a una scelta: lasciarsi sopraffare da quella crudele realtà, oppure reagire. L'indomani avviarono le pratiche per l'adozione. Dopo diversi viaggi in Cina, durante i quali avevano incontrato Marie-che un giorno sarebbe diventata la signora Pollock, moglie del loro migliore amico Pavel-la speranza cominciò a poco a poco a concretizzarsi. Due anni più tardi, sarebbero andati in orfanotrofio a prendere Gus, il loro piccolo miracolo, per portarlo in Francia. Aveva poco più di un anno; la madre biologica era una giovanissima donna di Shangai che aveva avuto una storia con uno studente olandese. Quando si era accorta di essere incinta, il giovanotto era già ripartito per il suo Paese e lei non aveva avuto il coraggio di interrompere la gravidanza, né di parlarne con la famiglia rimasta a vivere nelle campagne. Alla nascita del bimbo, non potendosi occupare di lui, lo aveva affidato all'orfanotrofio. Jeanne e Pierre Bellanger avevano avuto un colpo di fulmine per quel piccolino che giocava tutto solo nel suo lettino con le sbarre. Un colpo di fulmine reciproco, a dire il vero. Non appena Gus li aveva visti all'orfanotrofio, era andato loro incontro sgambettando a malapena e balbettando:<<Mamma mamma>>. Le balie erano rimaste sbigottite. Era la prima volta che un bambino così piccolo esprimeva un simile entusiasmo verso degli estranei . Eppure ne vedevano passare tanti di candidati all'adozione.



***



Jeanne e Pierre guardarono il figlio mentre facevano colazione. Era un ragazzo magnifico con occhi blu a mandorla, capelli neri dritti come spaghi, mani affusolate. D'altra parte, le ragazze non si sbagliavano: dai tempi dell'asilo, quelle che avevano preso una cotta per lui non si contavano più. A dire il vero, era soprattutto Oksa che notava quel genere di attenzioni. Gus si limitava ad arrossire imbarazzato ogni volta che l'amica gli segnalava un nuovo <<caso>>.
<<Insomma, Gus, sei cieco?>>
<<Eh? Ma cosa avrò mai?>>domandava lui con sincera innocenza.
Quasi sempre, Oksa preferiva non rispondere e sospirava. Già. Cosa aveva mai? Semplicemente un fisico da dio, un aspetto fantastico e una timidezza che le ragazze trovavano a-do-ra-bi-le. Ma per Oksa, che lo conosceva molto meglio di chiunque altro, aveva soprattutto delle qualità rare: era leale, premuroso, modesto, gentile, intelligente... La lista era lunga, ma ciò che Gus era ai suoi occhi si poteva riassumere in quattro parole: il suo migliore amico.



Due  strade più in là, nella piccola casa di Bigtoe Square, Oksa scalpitava rosicchiandosi le unghie. Ogni trenta secondi componeva il numero di Gus, che conosceva a memoria, e si interrompeva prima dell'ultima cifra. Benché morisse dalla voglia di parlargli della sua prodigiosa scoperta, qualcosa la bloccava. Non dubitava di lui, ma ciò che non vedeva l'ora di rivelargli era sconvolgente persino per lei... Perciò, pur restando inchiodata accanto al telefono, in preda a emozioni contrastanti, cercò di arrendersi all'evidenza: era troppo presto per parlare di quella...faccenda. Non era ancora pronta.
Cercò di concentrare l'attenzione su una bozza di menu che sua madre aveva scarabocchiato il giorno prima, rientrando dal ristorante, e fu accanto al telefono, in uno stato di estrema agitazione, che Pavel la trovò uscendo dalla sua stanza.
<<Cosa ci fai lì, piccola mia?>>
Oksa ebbe un sussulto.
<<Eh...niente...>>balbettò.<<Aspettavo che qualcuno si degnasse di alzarsi per fare colazione con me!>>si riprese, cercando di sembrare il più serena possibile. <<Sono comunque quarantotto minuti e mezzi che me ne sto qui a attendere in questo luogo desolato e battuto dai venti!>>
<<Tutta colpa di tua madre!>>si difese Pavel indirizzandole uno sguardo malizioso. <<Dipendesse da me, sareibin piedi già dall'alba!>>
Oksa scoppiò a ridere davanti all'enormità di quella confidenza.
<<Sì...se si considera che l'alba arriva verso le dieci del mattino!>>
Pavel fece un sospiro che voleva essere patetico, e che invece strappò a Oksa una risatina divertita.
<<Cosa succede? Che aria vispa avete stamattina!>>
Ancora intorpidita dal sonno, Marie Pollock comparve in cima alla scala.
<<E' Oksa che è vispa>>,le rispose Pavel,<<vispa e intenzionata a perseguitarmi.>>
<<Poverino...>>ribatté Marie, strizzando l'occhio alla figlia.
E in un'atmosfera gaia andarono tutti e tre in cucina per concedersi un'abbondante colazione. Ma per Oksa era solo apparenza, poiché i pensieri che le attraversavano lo spirito avevano semmai la densità del piombo...fuso. Mandando giù le fette di pane tostato imburrato, la ragazzina rimuginava in silenzio. In più di un'occasione fu sul punto di rivelare il suo segreto. Doveva alzarsi in piedi per fare un solenne annuncio? Oppure buttare lì l'informazione con disinvoltura, come se niente fosse, tra una frase e l'altra? O, meglio ancora, poteva rivelarlo con un dimostrazione pratica!!! Magari facendo volare in aria quello straccio agganciato accanto al lavello. O intervenire con un pizzico in più di fantasia e scompigliare i barattoli delle spezie perfettamente allineati sulla mensola. Una bella tentazione, certo, ma non poteva fare una cosa simile. Non poteva fare né dire niente. A nessuno. Almeno per il momento.


***


<<Vado a fare il bagno, mamma!>>disse Oksa.
<<D'accordo, tesoro.>>
Una volta immersa nell'acqua calda, gli occhi fissi sulle piastrelle del muro che si stavano appannando, cercò di rimettere un po' di ordine nei suoi pensieri. Si sentiva esausta e nello stesso tempo piena di energia. Com'era tutto complicato...le stava succedendo qualcosa di fantastico, questo lo capiva benissimo. Aveva sempre sognato di possedere poteri straordinari. Ma quel qualcosa le  faceva anche una paura tremenda. Appoggiò la testa al bordo della vasca e chiuse gli occhi. Fu allora che udì uno strano suono. Dapprima debole e lontano, si avvicinò poi rapidamente, e ben presto si dilatò assordandola. Intimorita, Oksa si drizzò a sedere, e fremette nel comprendere la terribile natura di quel rumore che adesso udiva in maniera così netta: grida di donna, raccapriccianti! Rimase immobile ad ascoltare, domandandosi se dovesse uscire dalla vasca o meno. Ma le furono sufficienti pochi secondi per capire che le grida non venivano dalla casa, né dall'esterno. No: venivano da lei! Le piroettavano dentro, la invadevano dalla testa ai piedi, paralizzandola. Poi si smorzarono e, così come erano arrivate, all'improvviso 
sparirono. Sbalordita, Oksa si guarsò intorno, poi si immerse nell'acqua calda lasciando fuori soltanto il viso. I battiti del cuore avevano appena ritrovato un ritmo più regolare, quando sulle piastrelle appannate notò un luccichio dorato. Mosse la mano sott'acqua per verificare che i riflessi non provenissero dalla vasca. Ma quel bagliore, anziché modificarsi, rimase tale e quale, anzi intensificò il suo incredibile colore. Oksa chiuse gli occhi e quando li riaprì lo strano fenomeni era sparito. Forse dovrei dormire un po' di più...si disse. Se ora comincio a avere anche le allucinazioni...
Eppure, sembrava così reale!
<<Va tutto bene, Oksa, sei viva?>>
Pavel Pollock le parlava da dietro la porta. Come sempre... Fin da quando aveva l'età per fare il bagno da sola, la chiamava ogni tre minuti per assicurarsi che fosse tutto a posto.<<Sì, papà, stavo proprio per annegare...
>>rispose lei un tono fintamente serio.
<<E poi ho attaccato il phon perché vorrei proprio asciugarmi il capelli stando dentro la vasca. Ah, dimenticavo: al posto del bagnoschium a ho usato la varechina!>>
<<È così che si prende in giro un povero papà preoccupato per la propria figlia adorata?>>
<<Ah, è dura la vita di una piccola figlia adorata>>, mormorò Oksa sirridendo.
<<Allora chiamami se hai bisogno di qualcosa.>>
<<Okay, papà, non ti preoccupare!>>
<<Io non mi preoccupo!>>
<<La mitica esagerazione russa...>>mormorò Oksa con un sorriso prima di rituffarsi sott'acqua.



Uscì dal bagno poco dopo. Avvolgendosi nell'accappatoio, notò una macchia, una specie di livido impressionante sulla pancia intorno all'ombelico. Oksa si domandò dove mai potesse esserselo fatto. Le doleva poco, tutto sommato, rispetto alle dimensioni e al colore che aveva assunto. Era stato quando si era sentita male ed era caduta a terra il primo giorno di scuola?
Sembrava piuttosto il segno di un pugno, che era proprio la sensazione che aveva avvertito un attimo prima di cadere. Strano... Lo osservò meglio. Devo mostrarlo a Baba...lei avrà di certo una pomata, pensò. Si vestì e salì da sua nonna, che la ricevette con indosso un vestito di velluto blu notte con dei tipici ricami russi dai colori vivaci.
<<Come sei bella, Baba!>>
<<Grazie, anima mia! Come stai?>>
<<Bene. Sono qui perché ho scoperto di avere una macchia sulla pancia, sono sicura che tu hai una crema o un unguento.>>
<<Fammi vedere.>>
Oksa sollevò la maglietta. Nell'osservare quella specie di livido, Dragomira di portò una mano alla bocca, sconvolta.
<<Da quanto tempo ce l'hai? Perché non me l'hai mostrato prima? L'ha visto qualcun altro?>>domandò senza neanche prendere fiato.
<<Ehi, Baba! Ma quante domande per una macchia! No, non ce l'ho da molto, l'ho appena scoperto, ma tre giorni fa sono caduta, e magari mi sono fatta male allora. Ehm...qual era l'ultima domanda?>>
Dragomira tacque, cosa alquanto insolita per Baba Pollock, in genere chiacchierona. Aveva un'espressione sbalordita ed euforica al contempo. Poi, con gli occhi che le brillavano, iniziò a borbottare parole incomprensibili. Probabilmente russe, pensò Oksa.
<<Allora, Baba? Hai una pomata da darmi?>>
Dragomira uscì dal torpore e, con l'aria ancora sbigottita, mormorò:<<Sì, sì, certo anima mia...>>



Quando Oksa ritornò al piano di sotto, Dragomira si rifugiò nel suo atelier personale. I due Servitocchi, intenti a spolverare gli scaffali con un piccolo piumino, salutarono la loro signora con deferenza. Dragomira picchiettò le dita distrattamente sulle loro piccole teste grinzose e sedette alla scrivania. Accese il computer, avviò il programma di posta e batté freneticamente sulla tastiera:

Leomido, è appena accaduto un fatto incredibile: l'Impronta, non ho alcun dubbio. Vieni appena vuoi! Io contatterò i nostri amici. Firmato: la tua affettuosa sorella.

Con il cuore a mille e le mani tremanti, cliccò febbrilmente su <<Priorità Alta>>e poi su <<Invia>>. Un sorriso le illuminava il volto, e negli occhi le brillava una strana luce. Non riuscì a trattenere un sospiro, a metà fra il gemito e l'esultanza,
<<Nostra Graziosa patisce la sofferenza di un rovello, è così la questione?>>domandarono i Servitocchi precipitandosi da lei.
Per tutta risposta, Dragomira cominciò a danzare intorno alla tavola sistemata al centro dell'atelier. Fluttuando a un metro da terra, le braccia levate, vorticava battendo le mani e cantando con ardore. La creatura a forma di patata ricciuta di arrampicò sulla tavola e cominciò a dondolarsi pesantemente scuotendo la fluente capigliatura. Le piante andavano a tempo dimenando le foglie, salvo la Goranova che pareva piuttosto spaventata da quell'improvvisa frenesia. A parte Baba Pollock, tutti ignoravano le ragioni di quell'euforia. Nessuno, però, esitò a unirsi alla sua signora. Era come se nell'atelier ci fosse una festa!
<<Mie valorose creature, miei fidi Servitocchi, l'Impronta è riapparsa!>>
<<L'Impronta è riapparsa? L'Impronta è riapparsa? Ma cosa significa?>>domandò una creatura tutta pieghe e dalla cresta dorata.
Gli altri levarono gli occhi al soffitto, esasperati.
<<Poi te lo spiego, caro Incompiuto>>,disse il Patariccia. >>Poi te lo spiego...>>
<<Estrema magnificenza!>>esclamò uno dei due Servitocchi. <<La speranza è fra le possibilità, è così la questione, nostra Graziosa?>>
<<Non lo so...>>rispose Dragomira, riprendendo l'aria pensosa. <<Non  lo so ancora...ma adesso ho cose molto importanti da fare, vi chiedo pertanto di non disturbarmi:>>
Le creature si affrettarono a raggiungere i loro rifugi: nicchie comodamente attrezzate nei muri dell'atelier-strettamente-personale di Dragomira. Quest'ultima sedette davanti al computer, entrò nella casella di posta elettronica r inviò un messaggio al suo tutore, Abakum, e ad altri amici intimi disseminati ai quattro angoli 'Europa. Una volta sciolto il compito, discese la stretta scala a chiocciola e uscì dalla custodia di contrabbasso chiudendosela con cura alle spalle.
Poi, lo spirito in ebollizione, si distese sul divano rosso appoggiando la testa su tre morbidi cuscini e si immerse in una profonda riflessione.

giovedì 18 luglio 2013

Capitolo 7:Una Scoperta Magi...strale

Durante quella giornata più volte Oksa avrebbe voluto raccontare a Gus la sua incredibile esperienza notturna. Nella pausa del pranzo era quasi riuscita a prenderlo da parte, ma la mensa affollata e rumorosa  non era il luogo più adatto a certe rivelazioni. Perciò le lezioni si erano susseguite fino a sera senza che i due amici fossero riusciti a trovare un solo minuto per stare da soli. Ma in fondo non era un problema, perché Oksa aveva bisogno di verificare due o tre cosette. Insomma...cosette per modo di dire. Come sempre, quando rientrò a casa i genitori non c'erano, e, come sempre, ci rimase male. Trascorse perciò una parte della serata con Dragomira. Baba Pollock fu felice di constatare che la nipotina aveva un'aspetto migliore.
<<Il tuo elisir di stamattina è miracoloso! Lo sai, ho avuto una gran carica per tutto il giorno!>>
<<Lo so, anima mia, lo so...>>
Oksa moriva dalla voglia di rivelarle il suo segreto. Lei avrebbe capito, ne era certa: Dragomira capiva sempre tutto. Ma in questo caso si trattava di qualcosa di leggermente speciale... No, per il momento era meglio per tutti che lei tacesse. Per un istante pensò di fare una dimostrazione, e immaginò con un brivido la reazione del padre. Se lo conosceva bene, si sarebbe messo a urlare. Per la sorpresa e per lo spavento. Non l'avrebbe più fatta uscire, avrebbe avuto costantemente paura per lei. Insomma, sarebbe stato un inferno... Durante la merenda con la nonna, la cena con i genitori, la telefonata con Gus che voleva augurarle buon weekend tagliò corto, e andò a chiudersi in camera sua. Per fortuna il divieto sul cartello era stato rispettato, e pareva che in sua assenza non fosse entrato nessuno. Avrebbe avuto i suoi nei problemi a spiegare quello che era successo...
Per una vecchia abitudine, scattò in posizione ninja, le mani in avanti, una gamba piegata ad angolo retto e l'altra tesa all'indietro, poi girò lentamente la testa, gli occhi socchiusi come per fare la posta a un nemico o a un pericolo.
<<Yaaahhh>>,ringhiò con aria feroce.
Terminata l'ispezione, con la stessa rapidità riprese una postura normale.
<<Niente da segnalare,venerabile Oksa-san!>>concluse parlando da sola. <<E adesso, passiamo alle cose sierie!>>
Piena di energia, sedette sul bordo del letto e fissò i vestiti posati sullo schienale della sedia. Si concentrò, impaziente di vedere il risultato di quello che presagiva.
Qualche secondo più tardi, gli abiti venivano scaraventati per aria da una forza invisibile. Oksa lanciò un grido tra lo stupore e il trionfo. Passò poi alla scrivania: le matite sistemate in un boccale si trasformarono in missili in volo verso il soffitto, su cui si conficcarono come chiodi. Oksa soffocò un altro grido stupefatto. Via via che vi fissava sopra lo sguardo, i cartoni del trasloco non ancora vuotati esplodevano spargendo il contenuto ovunque. Nulla sfuggiva al suo potere devastatore, e tutti gli altri sforzi che aveva fatto per mettere in ordine furono annullati in pochi secondi.
<<Devo avere le allucinazioni!>>mormorò, rovesciando dei soprammobili con la sola forza del pensiero.
Dopo aver cercato sotto il letto e rovistato negli ultimi scatoloni, ricordò dove aveva messo le figurine sulle quali voleva provare un'altra magia: nella scatola in cima allo scaffale pieno zeppo di cianfrusaglie. Avvicinò la sedia della scrivania e ci montò sopra. Ma, anche alzandosi sulla punta dei piedi e tendendo al massimo le braccia, le mancavano almeno dieci centimetri.
<<Oh, questa scatola comincia a innervosirmi!>>bofonchiò. <<Coraggio, Oksa, in nome della forza dei tuoi muscoli, AFFERRALA!>>
Ebbe l'impressione di allungarsi o, meglio, di sollevarsi fino a raggiungere la scatola senza difficoltà. Ma il potere ninja o dei muscoli non c'entrava niente... Oksa fluttuava al di sopra della sedia! Provò a tastarla con i piedi, e sotto sentì il vuoto.
<<Ma cosa sta succedendo?>>domandò. Poi rovinò a terra, seguita dalla scatola delle figurine che le rovesciò addosso l'intero contenuto.
<<Questa poi! E' il colmo!>>esclamò, massaggiandosi le natiche.
Stupefatta, rimontò sulla sedia e cercò di afferrare un'altra scatola, anch'essa difficile da raggiungere. Tese il braccio e concentrò l'attenzione sull'obiettivo. Accadde ciò che era accaduto prima: era come se qualcosa le spingesse i piedi da sotto!
<<Roba da pazzi!>>ebbe il tempo di dire prima di cadere una seconda volta.
Nel tentativo di comprendere cosa stesse succedendo, e ignorando le botte che riportava a ogni caduta, tentò la stessa esperienza una decina di altre volte. Euforica e scarmigliata, le guance in fiamme, alla fine si buttò sul letto.
<<Ho bisogno di riflettere, devo riflettere...questa è pura follia...>>
Ma i nervi a fior di pelle le impedivano di concentrarsi.
<<Idea!>>
Si alzò di colpo e si piazzò davanti allo specchio.
<<Ce la farò!>>
Cercò di ricordare in quale stato d'animo fosse quando aveva tentato di afferrare la scatola. Lo sforzo del braccio, lo stiramento, l'irrigidimento dei muscoli, la determinazione ad arrivare a quella maledetta scatola. No, determinazione, no. Non era determinazione. Era piuttosto un senso di esasperazione e di impazienza, Sì, non riuscire a raggiungere quella dannata scatola era stato davvero molto snervante, al punto da farla arrabbiare. Doveva prenderla a tutti i costi, contava solo quello. Chiuse gli occhi e immaginò di  fluttuare come aveva fatto poco prima. Nel giro di qualche secondo, si accorse che i suoi piedi non poggiavano sul pavimento. Aprì prudentemente gli occhi per guardarsi allo specchio: se ne stava su dritta, tutta intera, sempre la stessa Oksa. Solo che era sospesa a un metro da terra...


mercoledì 17 luglio 2013

Capitolo 6:Un'Alba Difficile

Toc toc toc!
<<Oksa, facciamo colazione insieme?>>
La ragazzina ebbe un sussulto: sua nonna aveva appena bussato con tre colpetti alla porta. Entro pochi giorni il ristorante avrebbe aperto, i suoi genitori dovevano aver lavorato fino a  tardi e probabilmente dormivano ancora.
<<Arrivo, Baba! Arrivo subito!>>
Convinta di essersi nel frattempo trasformata in mostro, si spinse fino allo specchio fissato sulla porta dell'armadio e si osservò minuziosamente, toccandosi ogni centimetro del viso. Gli stessi occhi color grigio ardesia. Gli zigomi alti e pronunciati. Le labbra ben disegnate. I denti un po' irregolari. Le fossette che apparivano quando sorrideva o faceva le smorfie. I capelli a caschetto. Non era cambiato nulla, tutto era identico al giorno prima. Si sentiva solo più stanca. E comunque... Infilò in fretta e furia la gonna a pieghe e la camicetta. Passò in bagnò solo un minuto, giusto il tempo di darsi una pettinata e di sciaquarsi il viso con acqua fresca.
Stava andando in cucina quando un pensiero le fece fare una brusca marcia indietro: le condizioni della sua stanza! Nessuno doveva vedere il muro bruciacchiato e la bambola distrutta, poco ma sicuro! Nervosamente, cercò il grosso pennarello nero, finito chissà dove quando aveva spazzato via con le mani tutto quello che si trovava sulla scrivania per scongiurare un falò. Lo ritrovò sotto l'armadio, e con un pezzo di cartone compose un cartello che appese all'esterno della stanza.



LAVORI IN CORSO
Vietato l'ingresso,
pericolo di morte!!!



Fece colazione in silenzio. Si sentiva sottosopra. Lei, Oksa Pollock, capace di scatenare simili fenomeni? Mai se lo sarebbe sognato...era incredibile!
<<Anima mia>>, disse Dragomira serrandole il nodo della cravatta, <<non vorrei fare la guastafeste, ma trovo che tu abbia una pessima cera. Hai dormito male? C'è qualcosa che ti preoccupa? O ti senti poco bene?>>
<<Ho dormito malissimo, Baba...>>
<<Non muoverti da qui, ho io quello che fa per te!>>
Dragomira salì in fretta al terzo piano. Qualche minuto dopo tornò con una bottiglietta.
<<Prendi questo.>>
<<Che cos'è? Un'altra delle tue ricette bizzarre?>>domandò Oksa, sempre incuriosita dalle stravaganze della nonna.
<<Elisir di Betonica>>,rispose Dragomira.
Mentre filtrava il contenuto della bottiglietta con un minuscolo colino, cinguettò:<<È eccellente per far sparire quelle brutte occhiaie>>. Le porse quindi una tazza piena fino all'orlo. <<Con questa, ti sentirai in perfetta forma fino a stasera, garantito!>>
A quella prospettiva, Oksa trangugiò la bevanda fino all'ultima goccia.
<<Puah...non ho mai bevuto niente di così cattivo>>,commentò con un smorfia.
<<Coraggio, sbrigati a fare colazione, altrimenti farai tardi...>>
<<Io non sono mai in ritardo, Baba, lo sai benissimo.>>
In effetti, la ragazzina non era mai in ritardo per la semplice ragione che riusciva a correre come il vento. Le bastava mettersi nei panni di una gazzella ansiosa di sfuggire al predatore, o di un personaggio magico dotato di favolose capacità, e le sue gambe raddoppiavano in velocità e forza. Il ruolo che preferiva era quello dell'indomita guerriera ninja dai poteri sovrumani. Fantasticava di aver acquisito incredibili facoltà durante il sonno: invisibilità, udito e vista eccezionali, forza erculea...le variazioni era infinite. Erano poteri ispirati da libri e film, che prendevano spesso spunto fatti quotidiani: una contrarietà, un ostacolo, un litigio, ogni ragione era buona perché Oksa immaginasse se stessa dotata di una capacità <<soprannaturale>>. Questo magari non bastava a risolvere tutti i problemi del mondo, ma era un aiuto prezioso che le permetteva di superare le difficoltà e sognare. Tutto lì. Non viveva certo in quei mondi virtuali colpevoli di allontanare pericolosamente dalla realtà coloro che vi penetravano. No: Oksa era lucida, comprendeva perfettamente la distinzione tra fantasia e quotidianità. Quella mattina, però, rispetto al giorno precedente la situazione era molto cambiata... Era come se un sogno si fosse agganciato alla vita vera; e la scottatura delle dita glielo ricordava con dolore. Aveva desiderato spesso di riuscire a fare ciò che aveva fatto quella notte. Quel desiderio adesso si era trasformato in un'allarmante realtà, e le procurava una sgradevole sensazione di vertigine che le accelerava i battiti del cuore. Per il momento, tuttavia, ninja-Oksa-la-scheggia doveva affrontare un'enorme sfida: raggiungere la scuola come minimo alla velocità del suono, se voleva evitare di essere in ritardo per la prima volta in vita sua! Arrivò leggermente trafelata proprio mentre gli studenti si stavano avviando verso le aule... Scommessa vinta! Cercò l'aula Marco Polo dove si sarebbe tenuta la prima lezione della giornata: storia e geografia con la signorina Cordolente. Mentre percorreva il chiostro, notò alcuni allievi più grandi recarsi verso l'aula di fronte alla sua. Giunta lì vicino, qualcuno le diede un colpo violento alla spalla.
<<Ahi!>>urlò.
<<Non puoi guardare dove vai, deficiente?>>,l'apostrofò il ragazzo che l'aveva urtata.
<<Ma sei stato tu a spingermi!>>ribatté Oksa indignata.
<<Tona all'asilo, se non sei capace di camminare dritta! Sta' attenta, mocciosa...>>ringhiò lui, rifilandole un altro spintone che la fece barcollare contro una colonna.
E, accompagnato dai suoi amici, passò oltre con aria beffarda. Oksa lo guardò allontanarsi. Di carnagione scura e ben piantato, la superava di almeno una spanna. E di una quindicina di chili...
Lui si girò e le lanciò uno sguardo truce, talmente carico d'odio che la sorprese.
Senza farci caso lei si avviò verso la sua aula.
<<Ehi, hai rischiato di perderti l'inizio della lezione!>>esclamò Gus salutandola.<<Sarebbe stata una novità nella storia della celebre Oksa!>>
<<Ciao Gus! Poco c'è mancato...>>rispose lei massaggiandosi la spalla.
<<Cos'hai? Sei caduta?>>
<<Sì, diciamo così...Su un tizio di terza che mi ha spinta. Mi ha fatto male, quella
specie di Ostrogoto!>>
<<Si sarà scusato, spero!>>
<<Sì, figurati! Nemmeno per idea. In più, mi ha dato della mocciosa e ha riso, il cretino...>>
<<Lascia perdere, non ne vale la pena>>, le consigliò Gus.
<<Hai ragione...ma mi fa un male cane!>>



La signorina Cordolente arrivò in classe e cominciò la lezione. Era una donna dolce e affascinante. Piccola, esile come uno giunco, era molto sorridente. Lo sguardo, gradevole e penetrante insieme, esprimeva una dolcezza che contrastava in tutto e per tutto con la durezza del professor McGraw, al cui solo ricordo gli studenti tremavano.
Oksa si lasciò letteralmente catturare da quella prima lezione di storia. Quando la campanella suonò la fine delle due ore, non fu lei la sola a lasciarsi sfuggire un'esclamazione di delusione, cosa che fece sorridere la professoressa.
<<Ci rivediamo domani dalle dieci alle undici, per la lezione di geografia. Intanto, auguro a tutti una buona giornata!>>concluse allegra.
E fu davvero una buona giornata per Oksa. Durante l'intervallo cominciavano già a formarsi i gruppetti. Merlin Poicassé le si era avvicinato per domandarle come stava. Da parte sua, vedendola tutta sola al suo banco, Gus aveva invitato Zelda Beck a unirsi al trio proponendole di dividere con lei delle crêpes al cioccolato che avrebbe potuto nutrire la classe intera, tanto erano enormi. Zelda aveva sorriso e accettato l'invito con riconoscenza.
<<Mi sento un po' spaesata; non conosco nessuno qui, io e i miei abbiamo traslocato soltanto il mese scorso...>>
<<Lo stesso vale per me e Gus!>>esclamò Oksa.<<Non ti sembra strano ritrovarti in Inghilterra, in una scuola dove parlano tutti francese? E' come essere ancora in Francia: faccio fatica a credere di aver cambiato Paese! A parte quando vedo gli autobus a due piani, e i taxi neri...>>
<<Sì, a me fa la stessa impressione>>, confermò Zelda.<<Sembra di essere dei turisti, ma continua a piacermi da matti ogni volta che vedo passare un autobus rosso, o che mi  capita di incontrare un bobby!>>
<<Finiremo per abituarci>>intervenne Gus.
<<Certo!>>li rassicurò Merlin.<<E il giorno in cui sarete capaci di apprezzare la jelly rosa fluo potrete dire di essere diventati dei veri e propri inglesi!>
Scoppiarono tutti a ridere, felici di quell'intesa nascente. Oksa lanciò uno sguardo a Gus che ricambiò con un sorriso. L'amicizia era decisamente un sostegno impagabile...

lunedì 15 luglio 2013

Capitolo 5:Una Giornata Spaventosa

Fin da quando era molto piccola, la sera, dopo la scuola, Oksa aveva l'abitudine di andare a trovare sua nonna. I genitori erano occupatissimi con il lavori, e Dragomora era talmente disponibile! Su di lei Oksa poteva sempre contare. Insieme conversavano di tutto: di ciò che era successo durante la giornata e a volte anche di questioni più serie: dei problemi di Oksa, delle sue pene e delle sue gioie. Ma quella sera in particolare aveva un sapore eccezionale. Alla fine di quella spaventosa giornata-una delle peggiori mai vissute-aveva trovato la casa silenziosa, e il fatto l'aveva indispettita.
<<Mamma? Papà? Ci siete?>>aveva chiamato, già con la delusione nel cuore.
Con un sospiro, aveva lanciato lo zaino alla base delle scale. Ovvio che in casa non ci fossero...di certo erano al ristorante, immersi nei preparativi.
Adesso si trovava nell'appartamento di Dragomira, disordinato e antiquato, ma anche molto accogliente: aveva atteso quel momento per tutto il giorno.
Come sempre, la nonna l'aveva travolta di domande:<<Allora, com'è andata? Raccontami, voglio sapere tutto!>>
Aveva preparato un delizioso spuntino con le leccornie preferite di Oksa: fragole fresche accompagnate da dolcetti e tè alle spezie, speciale ricetta della casa. Adesso che era lì, accanto alla sua Baba, Oksa riusciva finalmente a rilassarsi. Si accasciò sulla sua poltrona preferita, piccola, rosa e consunta, su cui adorata  raggomitolarsi, davanti a un muro pieno, dal soffitto fino a terra, di mensole cariche di vasi, scatole e libri che Dragomira aveva impiegato l'intera giornata a sistemare.
<<È andato tutto bene, Baba, tutto molto bene>>, disse, fingendo un entusiasmo che non provava affatto.
<<Ma hai una brutta cera, anima mia! Sembri esausta. Avete già lavorato così tanto il primo giorno?>>
Poi, cambiando radicalmente argomento, continuò:<<Hai fame?>>
<<Oh, sì che ho fame...>>rispose Oksa mordendo con avidità un delizioso biscotto al cioccolato.
<<Mangia e raccontami, anche con la bocca piena...sono così ansiosa di sapere!>>
<<Be'...la scuola all'interno fa davvero impressione, è un posto pazzesco, ti piacerebbe. Il nostro prof principale è il signor McGraw, che è anche il nostro prof di matematica e fisica. E' strasevero, e ci converrà filare dritti con lui. Con quello c'è poco da ridere.>>
Calò un silenzio carico di tensione. Dragomira attendeva il seguito.
<<E?...>>
<<Be', a parte questo, non avrei potuto desiderare altro che essere in classe con Gus! Sono veramente contenta, puoi immaginare... Per il resto, niente di speciale>>,aggiunse Oksa tentando di nascondere alla meglio la propria irritazione. <<Io e Gus abbiamo conosciuto un ragazzo molto simpatico. Si chiama Merlin, abita a Londra da cinque anni e ha l'aria di essere un tipo brillante. Gli altri compagni sono okay, a parte una ragazza che sembra un pitbull. In testa avrà sì o no due neuroni.>>
<<Vieni qui...>>disse Dragomira osservandola con attenzione, per niente convinta da quel tono fintamente disinvolto.
La prese per mano e la condusse a un grosso divano di velluto rosso che liberò da tutto ciò che lo ingombrava in men che non si dica.
<<Aspettami qui un momento...>>
Si diresse verso il fondo dell'appartamento dove erano sistemati un immenso scaffale stracolmo e un grande piano di lavoro in legno levigato sul quale si dedicava alla botanica e alle piante medicinali, passione ancora viva dopo trentanni. Da uno dei suoi braccialetti staccò una piccola chiave e aprì lo sportello di una libreria con le ante di vetro opaco. Al posto dei libri, sulle mensole erano sistemate centinaia di fialette. Dragomira ne prese una e richiuse.
<<Ecco una cosa che ti farà sentire bene, piccola mia. Un olio speciale per 'giornata difficile'...>>
<<Shhht...basta parole...>>
Oksa obbedì e offrì le tempie al massaggio confortante della nonna, lo sguardo fisso sulle volute profumate degli incensi che bruciavano ai quattro angoli del salotto pieno di soprammobili, mensole, tavolini e sofà di velluto rosso e oro antico. Le volute salivano pigre verso i medaglioni in stucco del soffitto, mentre nella mente di Oksa si alternavano pensieri angosciosi. Dragomira si sbagliava in pieno: la giornata non era stata difficile. No. Era stata tremenda! E i ricordi ancora freschi di quel primo giorno di scuola la tormentavano ancora. Si imposero senza pietà riconducendola indietro di due ore, all'interno dell'aula scolastica...


Quando aveva ripreso conoscenza, Oksa si era ritrovata distesa sul pavimento, affannata e con la fronte bagnata di sudore. Pensava di aver colpito la sedia nel cadere, dato il dolore intenso che provava alla pancia. Molti visi erano chini su di lei. Gus, con l'aria ansiosa, le si era accovacciato accanto. Merlin, accigliato, le mormorava: <<Non ti preoccupare, non devi assolutamente preoccuparti...>>e anche la sua compagna di banco, Zelda, una graziosa ragazzina dallo sguardo profondo, si era inginocchiata vicino a lei, ma non sapeva bene cosa fare per dare sollievo a Oksa.
Quanto al professor McGraw, appariva irritato.
<<Lei è molto impressionabile, signorina Pollock, davvero molto impressionabile...>>commentò con freddezza.
Per contraddire il professore e le sue parole così poco confortanti, lei si alzò con uno sforzo tremendo, colma di rabbia, vergogna e fustrazione.
<<Signore, signore, chiamiamo un'ambulanza?>>domandò un ragazzo in preda allo sgomento.
prima di rispondergli in modo brusco e beffardo, il professor McGraw lo guardò con disprezzo:<<E perché non l'unità d'urgenza del ministero della Sanità, già che ci siamo? Ma forse dovremmo rivolgere la domanda alla signorina Pollock. Dobbiamo portarla in infermeria, signorina Pollock? O pensa di non essere in grado di arrivare alla fine di questa mattinata massacrante?>>
Sbigottito, Gus gli lanciò un'occhiata carica di rimprovero. Il professore lo ignorò. Con l'aiuto dei compagni, Oksa si rimise sulla sedia, cercando di dimenticare il mal di pancia e la collera.
<<Qualcun altro ha forse intenzione di svenire? Sì? No? Nessun volontario?>>domandò il professore.
Con sua immensa sorpresa, si alzò una mano.
<<Signorina Pollock?>>
Il professor McGraw, che non di aspettava quel colpo di scena, sembrò interdetto. Adesso la sua voce era priva della benché minima ironia, quasi tremante; forse era il rimorso per essere stato tanto duro...
<<Vorrei terminare la mia frase, signore.>>
Oksa aveva parlato con voce piatta, ma comunque chiara e determinata. In quello stesso momento, un soffio glaciale investì l'aula, e le finestre socchiuse sbatterono con un rumore sordo. Tutti sussultarono. Tutti, eccetto il professor McGraw, il cui sguardo restò inchiodato su Oksa.
<<Mi chiamo Oksa Pollock>>,continuò lei senza lasciarsi intimorire,>>e sono appena arrivata a Londra. Le mie materie preferite sono scienze e matematica. Mi piacciono l'astronomia e i roller, e pratico il karate da sei anni, come Gus. Ecco, ho finito, signore.>>
I compagni la guardarono, alcuni con stupore, altri con ammirazione. Ma ciò che nessuno poteva notare era l'esultanza che le gonfiava il cuore, e che agiva come una megadose di vitamine.
<<Grazie, signorina>>,ribatté il professor McGraw, impassibile. <<Proseguiamo adesso. Di tempo ne abbiamo perso anche abbastanza...>>


La campanella dell'intervallo per Oksa fu un vero e improvviso sollievo. Finalmente poteva fuggire da quell'aula! Era ora! Un minuto di più e si sarebbe messa a urlare a squarciagola. Una sensazione non da lei, ma era esattamente ciò che provava. Gus ritrovò l'amica nel cortile della scuola, raggomitolata contro la statua di un angelo alato. Le si inginocchiò di fronte. Notando la sua tristezza profonda, desiderò stringerla fra le braccia, ma non oso farlo.
<<Cosa è successo?>>le domandò con dolcezza. <<Credevo che ti fosse venuto un infarto! Eri tutta rigida, e poi sei cascata a terra... Mi hai fatto morire di paura.>>
<<Non mi sono mai sentita così male in vita mia. Girava tutto, non riuscivo a respirare...>>
<<Ma ti faceva male da qualche parte? Non è che era per la fifa di dover parlare davanti a tutti?>>
Oksa non rispose. Incuriosito, Gus la osservò con la coda dell'occhio senza sapere come rassicurarla. Rifletté un momento, poi disse:<<Dai, non preoccuparti! Non ci pensare più, adesso è passato!>>
<<Sì, hai ragione>>,rispose lei.<<Hai sicuramente ragione tu...>>


Oksa era sdraiata sul letto, nell'oscurità della sua stanza. Gli occhi puntati sulle stelle fosforescenti incollate sul soffitto, cercava invano di addormentarsi. Il mal di testa era svanito-il massaggio di Dragomira era stato molto efficace-e anche la pancia non le faceva quasi più male. Gus le aveva telefonato quella sera per sapere come stava. Ne aveva approfittato per rallegrarsi di essere nella stessa classe. Che sollievo! Quella telefonata l'aveva rincuorata: era felice di avere un amico come lui. Ma che strana giornata era stata quella....si augurava che non fossero tutte così. Era quasi mezzanotte e del sonno nemmeno l'ombra. Accese la lampada sul comodino e, seduta sul letto, si guardò intorno preoccupata. Sulla scrivania era sparpagliato il contenuto di uno scatolone che non aveva avuto il tempo di sistemare: ninnoli e giocattoli che non usava più, ma dai quali non riusciva a decidere di separarsi. Notò Pupetta dai capelli rossi, una bambola che qualche anno prima era stata tra le sue preferite. I dolci momenti dell'infanzia erano così lontani, ormai...Sospirò, triste. I suoi occhi, prima di chiudersi, indugiarono sulla bambola. Ripercorse con la memoria i fatti peggiori di quella giornata. La fifa del primo giorno di scuola. L'ansia provata, che ancora le stringeva il cuore. Riaprì gli occhi, e subito li spalancò di stupore: i lunghi capelli della bambola si drizzavano sulla piccola testa di plastica come se fossero calamitati da una potenza misteriosa! Oksa batté le palpebre per accertarsi che non stava sognando e notò che la bambola oscillava al ritmo dei battiti del suo cuore! Di colpo Pupetta si sollevò, fluttuò nel mezzo della stanza e cominciò ad avanzare verso di lei. La ragazza di alzò con un balzo facendo volare via la coperta. La mano tesa in avanti, ebbe appena il tempo di vedere una piccola palla di fuoco uscirle dal palmo e avventarsi dritta sulla testa della bambola.
<<Ma che roba è questa?>>gridò terrorizzata.
Davanti ai suoi occhi inorriditi, le fiamme cominciarono a crepitare sulla capigliatura sintetica. Oksa afferrò d'istinto la bambola. Una pessima idea, di cui si pentì nell'istante in cui avvertì il morso della plastica rovente sulle dita. Lasciò cadere la bambola soffocando un grido di dolore e, seconda pessima idea, si mise a soffiare sui capelli, attizzando in questo modo le fiamme. Il fuoco non tardò a raggiungere il muro ricoperto di listelli di legno contro cui era addossata la scrivania. Si levò un fumo acre e minaccioso. Con il cuore che le batteva all'impazzata, Oksa non vide altra soluzione se non afferrare il vaso di fiori che sua nonna aveva sistemato lì quella mattina. Gettò l'acqua sulle fiamme e riuscì a spegnerle. Sconcertata e ansimante, si lasciò cadere sul letto. Si sentiva malissimo, e le doleva di nuovo la pancia. Di contorse, colta da un senso di nausea che si trasformò in violenta vertigine. Chiuse gli occhi, e si abbandonò a uno stato di incoscienza che la portò completamente fuori della realtà.


***


<<Oh, no!<<gemette, coprendosi la testa con il cuscino. Oksa si era appena svegliata e la prima cosa che videro i suoi occhi fu la povera bambola. Durante quella notte straordinaria era stata lei ad aver pagato il tributo più pesante...Un occhio in meno, il corpo sventrato e-peggio del peggio-le ciocche color fiamma adesso non erano nient'altro che...ciocche bruciate!
<<Ma  cosa ho combinato? Ho bruciato Pupetta!>>si lamentò torcendosi le mani.
Poiché, adesso che era sveglia, era evidente che non aveva sognato. Non era stato frutto dell'immaginazione, né di un brutto scherzo della mente; era davvero successo qualcosa, qualcosa di molto concreto. Mezza calva, carbonizzata, il sorriso distorto dalla plastica fusa, la povera Pupetta giaceva lì davanti a lei, sulla scrivania. Oksa osservò a lungo quel suo vecchio giocattolo dal destino spezzato, e provò un improvviso senso di vergogna. Vergogna. Terrore. Eccitazione. Stupore. Soprattutto stupore, a dire la verità...

domenica 14 luglio 2013

Capitolo 4:Il St Proximus College

I pesanti battenti in legno dell'enorme portone d'ingresso erano spalancati. Sotto la magnifica volta di pietra che dava sul cortile lastricato, due guardiani con la bombetta in testa salutavano gli studenti e le loro famiglie. Gus e Oksa superarono il portico con passo esitante, attirando molti sguardi. Un gruppo di ragazzine indugiarono su Gus con tanto di commenti e gomitate. Oksa non riuscì a fare a meno di notare ancora una volta che ovunque passasse l'amico le ragazze smettevano di parlare, e si voltavano a guardarlo. Senza dubbio stregate dal suo fascino... Imbarazzato, il ragazzino arrossì e si passò una mano fra i capelli. I due proseguirono, lasciando a malincuore che le loro famiglie si unissero agli altri genitori radunati in fondo al cortile.
<<Fantastico...la Primitiva è ancora qui...>>>mormorò uno degli studenti con voce abbastanza alta perché i due lo sentissero.
<<La cosa?>>domandò Oksa, girandosi verso di lui.
Il ragazzo che aveva parlato la fissò. Capelli biondi e ricci gli incorniciavano un viso illuminato da grandi occhi marroni.
<<Ciao! Mi chiamo Merlin Poicassé>>proseguì tendendo cerimoniosamente la mano. <<Come va? Siete nuovi?>>
<<Sì>>,rispose Oksa, porgendogli a sua volta, di riflesso, la mano. <<Siamo appena arrivati a Londra. Mi chiamo Oksa Pollock.>>
<<E io Gustave Bellanger. Ma puoi chiamarmi Gus....>>
<<Bene, Gus! Eccola... è quella la Primitiva>>,disse Merlin, indicando con un cenno del mento una ragazza straordinariamente massiccia e dallo sguardo astioso. <<Il suo vero nome è Hilda Richard e vi avverto: tutti quelli che l'hanno avvicinata conservano di lei un ricordo indelebile.>>
<<Di che genere? si informò Gus.
Merlin sospirò con aria grave.
<<Del genere agguati, lividi e soprusi... Insomma, è la vita... Benvenuti al St Proximus!>>
<<Ti avverto, Gus!>>disse Oksa a denti stretti. <<Se non sei in classe con me, e in più mi devo ritrovare con quella là, ti giuro che mi verrà una crisi di nervi, ma di quelle serie...>>
<<Stanno per fare l'appello!>>esclamò Merlin raddrizzandosi di colpo. <<Avviciniamoci!>>

Circondato da tutti gli insegnanti della scuola, il preside del St Proximus, Lucien Bontempi, stava appollaiato su un piccolo podio e picchiettava il microfono. Con le guance paffute e la corporatura robusta, sembrava un pagliaccio, impressione rafforzata dalla cravatta verde mela e dalla pochette arancione infilata nel taschino della giacca. Ma appena iniziò il breve discorso di circostanza tutti si resero conto che il suo tono, fermo e autoritario, contrastava con l'impressione affabile del suo aspetto.
<<Passiamo adesso a quello che tutti state aspettando: la formazione delle classi. Come ogni anno qui, nella scuola francese di Londra, l'usanza vuole che le tre classi di ogni livello siano rappresentate da elementi chimici: Mercurio, Idrogeno e Carbonio. Cominciamo l'appello per i più piccoli: quelli di sesta...>>
I nomi si susseguirono a ritmo regolare, e i ranghi degli allievi in uniforme andarono piano piano componendosi. Alla fine della seconda lista, la voce del signor Bontempi di interruppe all'improvviso.
<<William Alexandre>>, chiamò.
Un ragazzino in compagnia di una donna molto pallida e tutta vestita di nero si fece avanti. Il direttore, visibilmente commosso, gli posò una mano sulla spalla, si sporse e gli bisbigliò qualcosa all'orecchio.
<<E' suo figlio?>>mormorò Oksa rivolta a Merlin.
<<No. E' il figlio di un prof di matematica che è stato ritrovato morto nel Tamigi due settimane fa...>>
<<Oh!>>fece Oksa, turbata. <<E' orribile...si è suicidato?>>
<<No, è stato assassinato>>,precisò Merlin in tono confidenziale. <<Un omicidio atroce. Ne hanno parlato tutti i giornali.>>
<<Poverino...>>disse Oksa, e deglutì a fatica. Scossa da un brivido, si concentrò sull'appello degli allievi che stava ricominciando.
<<E' ora la volta della quarta Idrogeno con il professor McGraw>>,proclamò il signor Bontempi invitando un uomo alto e magro a prendere posto al suo fianco. <<Cortesemente, i seguenti allievi si presentino...Beck Zelda...Bellanger Gustave...>>
Gus urlò:>>Presente!>> e lanciò uno sguardo e un ultimo sorriso a Oksa, poi andò a unirsi al gruppo che si stava formando di fronte al professor McGraw. A Oksa batteva forte il cuore. I suoi grandi occhi grigio ardesia erano inquieti e, via via che il preside snocciolava i nomi, cresceva in lei l'impressione che i rumorosi colpi nel suo petto risuonassero perfino lungo i muri del cortile. Si sentiva terribilmente sola. Cercò con lo sguardo i genitori. Erano soltanto a pochi metri. Il padre le fece cenno di incoraggiamento chiudendo a pugno entrambe le mani, che la rincuorò. Accanto a lui, Marie e Dragomira sorridevano a trentadue denti. Lo sguardo di Oksa fu attirato da un movimento sull'abito della nonna: per una frazione di secondo credette di vedere i cerbiatti ricamati sulla gonna scattare in un inseguimento sfrenato! Di certo lo stress le giocava strani scherzi. Maledetto stress...Se comincio pure con le allucinazioni sto fresca...su, per favore, arriviamo alla fine, fa' che sia in quarta Idrogeno! La prego, dica Pollock, P-O-L-L-O-C-K, lo dica adesso...pregava dentro di sé chiudendo gli occhi e incrociando le dita così forte da rischiare di spezzarsele.
L'alfabeto le si mischiava nella testa, i nomi le confondevano nelle orecchie. Per un attimo credette che la lettera fosse già passata!
<<Prollock Oksa>>,esclamò infine il preside cercandola nel cortile con lo sguardo.
Il professor McGraw si sporse per mormorargli qualche cosa all'orecchio. Il preside si corresse:<<Scusate...Pollock! Pollock Oksa, prego!>>annunciò, calcando il Po iniziale.
Questa colta il cuore di Oksa fece letteralmente scintille. Riuscì a balbettare:<<Presente.>>Poi, sollevata, lanciò uno sguardo pieno di gioia ai suoi genitori e raggiunse Gus.
<<St Proximus, eccoci qua...>>


Guidati dal professor McGraw, gli allievi di quarta Idrogeno si avviarono lungo uno degli enormi corridoi della scuola, naso per aria e occhi sgranati.
<<Wow...>>mormorò Oksa. <<Che posto pazzesco!>>
Ricavata da un piccolo convento del diciassettesimo secolo, la scuola sprigionava in effetti un'atmosfera molto particolare. Blasoni dai colori sbiaditi, con incise scritte in latino che Oksa faticava a decifrare, tappezzavano i muri dell'atrio gigantesco. Le aule erano ripartite tutt'intorno al chiostro e sul loggiato dei due piani superiori. Le esili colonne di granito erano ben preservate, così come le finestre a ogiva i cui vetri conferivano alla luce naturale una tonalità colorata e opaca insieme.
<<L'hai detto>>,concordò Gus sottovoce. <<E guarda! Caspita che po' po' di sorveglianza!>>
Con lo sguardo, indicò all'amica le decine di statue che presidiavano i corridoi dando la bizzarra sensazione che non fosse possibile sfuggire alla loro infallibile vigilanza.
<<Silenzio, per favore!>>intimò severamente il professore. <<C'è qualche volontario che desidera buscarsi un'ora di castigo già dal primo giorno?>>
Freddati gli entusiasmi, la classe salì al primo piano ed entrò in un'aula luminosa dai muri tappezzati di carte anatomiche. i banchi in legno scuro erano doppi e odoravano di cera.
<<Prendete posto!>>ordinò il professore in tono imperioso.
<<Dove vogliamo, signore?>>domandò un allievo.
<<Dove volete! Sempre che restiate entro i limiti di queste mura, ovviamente...>>rispose lui, ironico. <<Per il momento, le vostre cose posatele a terra accanto al banco. Fra poco vi mostrerò gli armadietti dove potrete sistemare tutto quello che vi servirà: merenda, tuta da ginnastica, libri, amuleti, peluche eccetera>>precisò con un risolino acido. <<Trascorreremo la mattina insieme , vi spiegherò il funzionamento della scuola, vi illustrerò il calendario dei corsi e vi presenterò i professori. Io sono il signor McGraw, l'insegnante di matematica e fisica, e sono anche il vostro insegnante principale. Tanto vale precisare che non sarà il caso che mi disturbiate per delle bazzecole da mocciosi. Non siete più dei bambinetti, dovete rispondere di ciò che fate e di ciò che siete. Non concederò udienza se non per ragioni valide e serie, siamo intesi? In cambio, esigo da parte vostra la massima disciplina e il massimo impegno nello studio. Sappiate che né la scuola né il sottoscritto tollereranno pigrizia o mediocrità. Avete naturalmente il diritto di essere mediocri, ma solo se non sarete in grado di fare di meglio. Da voi ci aspettiamo il massimo. Siamo intesi?>>
La classe fu percorsa da un mormorio compìto. Accanto a Gus, Oksa cercò di farsi piccolissima. Sperava soltanto di non avere mai bisogno di rivolgersi al professor McGraw. In caso di problemi avrebbe cercato qualcun altro! In quel preciso istante, non si sentiva proprio in ottima forma. Anche a causa delle parole del professore, che la gettava in uno stato di sgradevole apprensione. Ma non era il discorso a turbarla: quell'uomo la metteva seriamente a disagio.
<<Adesso che mi sono presentato, tocca a voi>>,continuò con un tono glaciale che invitava più a scappare che a avviare una tranquilla conservazione. <<Raccontate brevemente chi siete, quali sono le materie in cui vi distinguete, le vostre passioni-se ne avete-e tutto ciò che desiderate che i vostri compagni e io sappiamo di voi. Ma non esagerate, non sentitevi obbligati a raccontarci tutta la vostra vita...Giovanotto, vuole cominciare lei, gentilmente?>>
Gus si contorse sulla sedia, per niente contento di essere il primo <<fortunato eletto>>.
<<Mi chiamo Gustave Bellanger>>,disse con voce incerta. <<Mi sono appena trasferito a Londra con i miei genitori, da pochi giorni. Sono piuttosto portato per la matematica. Mi piacciono i manga e i video giochi. Faccio karate da sei anni, e suono la chitarra.>>
<<Piuttosto portato per la matematica? Mi fa piacere...>>commentò il professore. <<A lei, adesso, giovanotto...>>
Via via che gli allievi parlavano, Oksa, in attesa del proprio turno, approfittò del fatto che il professor McGraw era intento ad ascoltare per poterlo osservare. Era alto, magro, con un'aria elegante e cupa. i capelli scuri impomatati e pettinati all'indietro mettevano in risalto il viso solcato da rughe fini e gli occhi neri come l'inchiostro. Le labbra sottili sembravano saldate l'una all'altra. Indossava un sobrio abito nero con camicia grigio antracite abbottonata fino alla base del collo, dove un pomo d'Adamo sporgente faceva su e giù a ogni inflessione della voce.Un dettaglio attirò lo sguardo di Oksa: al dito medio destro il professore portava un magnifico anello d'argento, sormontato da una splendida pietra color ardesia dai riflessi cangianti. Un anello massiccio che appariva perfino troppo pesante per quella mano magra, quasi scheletrica.
<<E' il suo turno, signorina, l'ascoltiamo.>>
Il professor McGraw pronunciò le parole in tono grave, fissandola negli occhi. Di fronte a quello sguardo in cui si mischiavano durezza e curiosità, Oksa si sentì male, oppressa da un dolore che le montava dentro. Respirò profondamente, come le aveva insegnato sua madre per rilassarsi, ma si accorse con sorpresa che appena cominciava a inspirare la cassa toracica le si bloccava. per una frazione di secondo sul suo viso si dipinse un'espressione di spavento.
<<Mi chiamo Oksa Pollock...>>
Tentò di nuovo di respirare, ma riuscì a far passare nei polmoni soltanto un filo di ossigeno.
<<Mi chiamo Oksa Pollock e mi piace l'astrono...>>
Più aria! In preda al panico, tentò un altro respiro. No! Non doveva lasciarsi dominare dalle emozioni. Si fece coraggio, respirò un'altra volta, ma fu un tentativo inutile...Aveva una bolla d'aria bloccata nel petto, una bolla talmente enorme da  non riuscire a cacciarla fuori. Oksa perse la testa, e allentò la cravatta dell'uniforme.
<<Sì, signorina Pollock, il suo nome l'abbiamo capito tutti. Continui...>>intervenne il professore, in tono decisamente più impaziente.
La sua voce, come ovattata, raggiunse a malapena le orecchie di Oksa. La ragazza si sentiva soffocare, il cuore che scalciava come un cavallo imbizzarrito. Poi, con ancora maggiore violenza, avvertì una fitta insopportabile, come se qualcuno le avesse sferrato un pugno allo stomaco. Pochi secondi soltanto di resistenza, e poi il dolore la inondò nel corpo e nello spirito. Oksa si guardò intorno sperando che qualcuno le venisse in soccorso. Ma niente... Tutti girati verso di lei, gli altri allievi non sembravano comprendere in quale stato di sgomento si trovasse. E, se anche l'avessero capito, cosa avrebbero potuto fare? Allo stremo delle forze, si aggrappò al braccio di Gus e crollò a terra.


sabato 13 luglio 2013

Capitolo 3:Le Rimpatriate

Davanti allo specchio, Dragomira cominciò a rimproverare la propria immagine riflessa, puntandole minacciosamente contro un indice.
<<Siete davvero impresentabili, voi due! Dovevate restare in silenzio, miei piccoli Frullamponi, lo avevate promesso! Se non mantenete la parola, non vi farò mai più uscire dalla gabbia... Sono stata chiara?>>
<<Sì, nostra Graziosa, certo! Messaggio ricevuto, becco chiuso!>>si affannarono a dire gli uccellini dorati strusciandosi contro il collo di Dragomira per farsi perdonare.
La bella signora diede loro dei buffetti sulla testa e quelli ricominciarono a dondolarsi felici sul trespolo d'oro. Questa volta in silenzio.
<<Ehm, nostra Graziosa, nostra Graziosa...>>
Vicinissime a lei, le creature in salopette blu, torcendosi le mani per l'imbarazzo, tossicchiavano per cercare di attirare la sua attenzione.
<<Cosa c'è, miei Servitocchi?>>domandò voltandosi.
<<L'Abominero ha infranto i propri nervi...>>disse uno dei due sgranando esageratamente gli occhi.
Dragomira si diresse alla custodia di contrabbasso, penetrò al suo interno e salì precipitosamente la scala che conduceva all'atelier-strettamente-personale. Là, una creatura di circa ottanta centimetri stava di fronte al lucernario, graffiandone rabbiosamente il vetro. Ringhiando, si voltò. Dotata di piccole gambe e di lunghe braccia, con il corpo e la testa scheletrici ricoperti di una pelle grigiastra che emanava un tanfo nauseabondo, la creatura squadrò con aria malvagia tutto ciò che era a portata del suo sguardo. Dalla grande bocca,da cui spuntavano due denti aguzzi, colava una sostanza bianca dai riflessi iridescenti.
<<L'Abominero ha effettuato la morsicazione della pianta denominata Goranova>>,precisò uno dei due Servitocchi.<<Noi abbiamo affrettato un tentativo di impedimento, ma le nostre membra hanno patito cocenti scalfitture.>>
Abominero
I Servitocchi tesero le braccia coperte di graffi, a testimonianza della violenza del confronto. A quella vista, Dragomira andò su tutte le furie. La sua ira raddoppiò quando vide la sfortunata Goranova che aveva subìto l'aggressione torcersi di dolore. Da uno dei rami, la linfa colava lentamente spargendosi sulla terra del vaso.
<<Abominero!>>sbraitò Dragomira.<<Adesso basta,stai superando i limiti! Cosa ti prende?>>
La creatura balzò su dei cartoni e grugnì, mostrando i denti appuntiti e le unghie sudice.
<<Vi maledico! Vi maledico tutti! E tu, vecchia, tu non sei la mia padrona, non sei nulla per me! Quando il mio Signore verrà a prendermi, farai meno l'arrogante...>>
<<Sì, certo...>>ribatté Dragomira in tono smaliziato. <<Vorrei rammentarti che sono più di cinquant'anni che mi fai gli stessi discorsi, e il tuo cosiddetto Signore lo stiamo ancora aspettando...>>
L'Abomineri ruggì di rabbia. <<Tu non sei niente, hai capito? Solo un sinistro cumulo di immondizia di immondizia purulenta! Poco più di un lurida cacca d'insetto!>>
A quelle parole, tutte le creature si rintanarono ai quattro angoli dell'atelier fremendo d'indignazione. Dragomira si diresse vero i cartoni sui quali stava in piedi l'insolente Abominero. Appena gli arrivò accanto, lui balzò a terra e si avventò su uno dei Servitocchi che afferrò da dietro stringendogli con forza il collo come per strangolarlo.
<<Ti avverto, vecchia, se osi sfiorarmi lo massacro, e poi vi riduco a brandelli, tu e tutto il tuo miserevole serraglio!>>sbraitò.
Dragomira, per nulla impressionata, alzò gli occhi al cielo con aria esasperata; dalle pieghe del vestito estrasse un cilindro in madreperla di una quindicina di centimetri che puntò contro il minaccioso Abominero. Con voce stanca, pronunciò: <<Verdi Gracidille!>>Quindi soffiò leggermente nel cilindro.
All'istante, con un sonoro crepitio, dall'estremità esplose una raffica di scintille verdi, e apparvero due vivaci e minuscole ranocchie con ali traslucide che svolazzarono verso l'Abominero. Lo afferrarono sotto le braccia mingherline, lo sollevarono a un metro da terra e iniziarono a scrollarlo obbligandolo a mollare il Servitocco in ostaggio, che ripiombò sul parquet. Dragomira agguantò l'Abominero per la pelle del collo tenendo il braccio destro teso in avanti per sfuggire ai morsi. Ma nel momento in cui apriva una gabbia per sbatterlo dentro, lui ne approfittò per graffiarle l'avambraccio.
<<Mi occuperò di te più tardi<<,lo avvertì la nobile signora con voce sferzante, e chiuse la gabbia a doppia mandata.
Poi si rivolse ai Servitocchi. <<Miei fedeli servitori, adesso devo andare. Vi consiglio di applicare questa pomata sulle foglie della Goranova e sulle vostre braccia, dovrebbe darvi sollievo>>,disse con dolcezza porgendo loro un barattolino. <<Tornerò molto presto.>>
<<La nostra obbedienza è incorruttibile quanto il vostro ritorno è desiderato>>,risposero quelli, ancora sconvolti dall'aggressione subìta.
Un attimo prima di lasciare l'appartamento, Dragomira si risistemò la corona di capelli intrecciati.
<<Ecco fatto! Così va meglio>>,dichiarò. <<Ma dovrò trovare una soluzione per questo Abominero...>>


<<Tutto bene, Dragomira?>>le domandò Marie Pollock un attimo dopo. <<Ha l'aria contrariata...Oh! Si è ferita?!>>
Dragomira si guardò il braccio sul quale spiccavano due segni sanguinanti. Preoccupata per la malevolenza di quell'insopportabile Abominero, non si era nemmeno accorta che l'aveva graffiata!
<<Oh, non è niente, Marie. Mi sono scontrata con un paio di forbici aprendo i miei scatoloni e temo di aver perso la battaglia>>,mentì con un largo sorriso. <<Ma è ora di andare, adesso.>>
Il gruppetto si mise in marcia verso il St Proximus, la scuola francese che Oksa avrebbe visto da lì a quale minuto.
Entrava in quarta* e, malgrado l'aria distesa, provava una certa apprensione: era tutto talmente nuovo! A cominciare da lei stessa... Oksa sognava spesso di essere un'eroica avventuriera o un imbattibile guerriero ninja, ma detestava farsi notare, oltre a odiare i porri, il colore rosa e gli insetti. E a scuola, si sa, è difficile che i nuovi passino inosservati. Nervosa, mise una mano nella tasca della giacca per tastare il talismano che Dragomira le aveva regalato il giorno precedente: un sacchettino piatto di pelle con dentro dei semi dalle proprietà rilassanti. <<Se senti la tensione stringerti il cuore e invaderti lo spirito, accarezzalo dolcemente. Il cielo ti apparirà più chiaro e il cammino più sicuro>>,le aveva consigliato la nonna.
Appena ricordò quelle confortanti parole, grosse gocce di pioggia caddero sui marciapiedi londinesi che, passo dopo passo, l'avvicinavano ala sua nuova scuola.
<<Be', non sarà certo oggi che il cielo mi apparirà più chiaro...>>bofonchiò di malumore.

*Dopo l'insegnamento elementare, da sei a undici anni, il sistema scolastico francese prevede l'insegnamento secondario il cui primo ciclo(collège)dura quattro anni, dalla sesta alla terza(ciclo di orientamento e di osservazione per l'insegnamento classico, moderno o pratico)e si conclude con il diploma di fine degli studi obbligatori, rilasciato a sedici anni.(N.d.T.)

Gus Bellanger
<<Oksa!>>
Si girò. Un ragazzino accompagnato dai genitori le stava correndo incontro, gli occhi blu scuro splendenti di gioia.
<<Gus! Wow! Ma sei proprio tu?>>rise Oksa.
<<Fai pure la spiritosa!>>rispose lui squadrandola dalla testa ai piedi. <<Non so se ti sei vista allo specchio, ma io faccio fatica a credere ai miei occhi... Oksa Pollock con la gonna a pieghe!>>aggiunse con una risatina.
<<Gustave Bellanger in giacca e cravatta!>>ribatté Oksa nello stesso tono. <<Guarda che look! E comunque hai una certa classe, conciato così. Niente male davvero!>>
<<Lo prendo come un complimento>>,dichiarò il ragazzino, gettando all'indietro i lunghi capelli scuri. <<E cercherò di dimenticare che questo collo della camicia stringe da matti...>>
<<Per cominciare dovresti allentare un po' la cravatta: avresti un'aria meno congestionata.!>>scherzò Oksa, sbirciandolo di sottecchi.
Dopo quell'ottimo consiglio, i due amici raccolsero gli zaini, che nella frenesia avevano mollato sul marciapiede, e chiacchierando ripresero il cammino verso la scuola.
<<Allora, come stai?>>domandò Gus in tono vivace.<<E' una settimana che non ci vediamo!>>
<<Alla grande!>>rispose Oksa allegra. <<Porto la gonna a pieghe dei miei sogni...per non parlare di questi calzerotti grigi superfighi, hai notato? Mi domando come ho fatto a vivere senza fino a oggi>>,aggiunse con un sorrisetto. <<A parte questo, da noi è il casino più totale. Quando cerchi qualcosa ti tocca aprire trenta scatole prima di trovarla. Ma va bene! Il quartiere mi piace!>>
<<Anche a me...Non mi par vero di essere qui, abbiamo lasciato la Francia talmente in fretta! Qui è un posto davvero pazzesco, così diverso. Ho l'impressione di aver fatto migliaia di chilometri e di trovarmi all'altro capito del mondo...>>tuonò, scuotendolo come un albero.
<<E tu...tu sei solo fuori di testa!>>rispose Gus piangendo dal ridere. <<Fuori di testa e esagerata!>>
<<Non ci posso fare niente, è genetico>>,obiettò Oksa, alzando le spalle con aria fatalista. <<Tutti i Pollock sono esagerati per natura, lo sai benissimo. E' il nostro sangue russo che comanda...Be', diciamo che riguardo allo scandalo e alla crisi isterica mi riservo di decidere. Tutto quello che voglio è essere con te in classe, speriamo!>>




venerdì 12 luglio 2013

Capitolo 2:Il Clan Dei Pollock

<<Ciao, papi, ciao, mami!>>
Pavel e Marie Pollock sedevano al tavolo della cucina, semplice ma bene attrezzata. Nel vedere arrivare la figlia, sollevarono contemporaneamente il naso dalla tazza di tè fumante e restarono a bocca aperta.
<<Sì,lo so>>sospirò Oksa.
<<Sono irriconoscibile...>>
<<Bè...a parte il tuo visetto, è proprio così!>>ammise il padre squadrandola con curiosità. <<Faccio fatica a credere che si tratti della stessa intrepida ninja che conosco. Ma devo ammettere che il cambiamento di stile è...affascinante. Radicale, ma affascinante.>>
<<Certo,per essere radicale, è radicale...>>mormorò Oksa.
Davanti alla sua aria indispettita, i genitori si lasciarono sfuggire un risolino. La ragazzina tentò di ricambiare con uno sguardo che avrebbe voluto essere di rimprovero, e con vivacità rispose:<<Mi si è appena sconvolta la vita e voi ridete?
Ma avete visto cosa sembro?>>
<<Una vera collegiale inglese!>>rispose la madre in tono scherzoso e bevendo un altro sorso di tè. <<Trovo che ti doni molto!>>
Illustrazione di ALE+ALE
Scettica, Oksa si osservò ancora una volta, grugnendo. Chi l'avrebbe mai detto che un giorno avrebbe osato mostrarsi in pubblico con gonna a pieghe, camicetta bianca e giacchetta blu?Lei no, poco ma sicuro...
<<Se mi avessero informata che ero obbligata a portare l'uniforme per frequentare la scuola, mi sarei rifiutata di venire in Inghilterra>>, borbottò, allentando con rabbia la cravatta con i colori della sua nuova scuola, blu scuro e bordeaux.
<<Oh, per favore, Oksa...>>sospirò la madre guardandola con i begli occhi nocciola.<<Quando non sei a lezione puoi metterti i jeans con quelle tue enormi scarpe da ginnastica quanto ti pare!>>
<<D'accordo, ho capito!>>si arrese Oksa.<<Non ne parlo più... Ma non scorderò mai che mi avete sacrificato sull'altare della vostra carriera. E da parte di due genitori che dicono di amare la loro unica figlia non è proprio carino...Non lamentatevi se poi avrò dei traumi.<<
I genitori, abituati alle esagerazione della figlia, si scambiarono un sorriso. Marie Pollock si alzò, la prese fra le braccia, e per un momento restarono così, strette l'una all'altra. Oksa si sentiva un po' troppo grande per prestarsi a quel genere di effusioni, ma sotto sotto doveva riconoscere che le piaceva. Così, affondo con gioia il viso nei lunghi capelli castani della madre.
<<E io niente?>>le interruppe Pavel Pollock in tono fintamente accusatorio. <<A me non pensa mai nessuno. Mai! Nessun bacio schiocca mai sulla mia faccia ispida. Mai qualcuno che mi coccoli. Mi lasciano nel mio angolino, solo e infelice come un cane rognoso!>>
Era un uomo dai tratti marcati e con l'espressione costantemente seria, che i capelli biondi cenere e gli occhi grigi addolcivano un po', ma chi lo conosceva sapeva che i suoi tormenti, derivati da un'infanzia tragica, erano profondi e indelebili. Anche il suo sorriso appariva triste...Marie Pollock riassumeva bene il fascino particolare del marito parlando con tenerezza del suo ammaliante sguardo da cane bastonato. <<Ecco come mi ha ridotto il peso gigantesco del dolore della vita>>,rispondeva di solito lui, grazie a una qualità ereditata dalla madre Dragomira: un solido senso dell'umorismo cui ricorreva in ogni circostanza, per gioco o per disperazione, chi lo sa.
<<Oh! Ecco che torna il grande tragico russo, Pavel Pollock in persona!>>esclamò Marie scoppiando in una sonora risata.  <<Con voi due, sono a posto...>>
Oksa guardò i genitori con tenerezza. Adorava i loro battibecchi che la commuovevano e la divertivano nello stesso tempo. La suoneria del cellulare di Pavel li interruppe annunciando le sette e mezzo. Era ora di uscire.
<<Baba! Aspettiamo solo te!>>strillò Oksa dalle scale che portavano al terzo piano della scala, riservato alla nonna.
Dragomira detta Baba
Dragomira Pollock apparve sul pianerottolo suscitando gridolini di ammirazione. Era una donna di straordinaria presenza. Aveva sempre un portamento fiero, quasi rigido. Il viso, tutt'altro che altezzoso, trasmetteva una vivacità permanente, gli zigomi con un velo di fard e la fronte alta mettevano in risalto gli intensi occhi blu. I capelli biondi striati di fili argentei e intrecciati come un'aureola sulla testa aggiungevano al suo aspetto un tocco slavo. Eppure, quella mattina, non era per queste sue qualità che la famiglia restò sbalordita, bensì per la sua splendida tenuta.
<<Sono pronta, miei cari!>>esclamò scendendo le scale con passo reale, mentre il lungo abito viola adorno di ricami di perle nere che riproducevano dei cerbiatti fluttuava come una corolla intorno al pistillo di un fiore.
<<Baba, sei bellissima!>>esclamò felice Oksa gettandosi fra le sue braccia per darle un bacio.
Nello slancio non fece caso ai piccoli strilli gioiosi che provenivano dagli orecchini di Dragomira. Orecchini finemente lavorati a foggia di trespoli sui quali si dondolavano due uccellini dorali alti appena due centimetri, intenti a commentare con vocine acutissime la loro recente impresa di piloti di caccia.
<<Oh! Dimenticavo...datemi ancora solo un istante, torno subito!>>
Dopo aver pronunciato quelle poche parole, Dragomira fece dietrofront, risalì velocemente nel suo appartamento e si chiuse la porta alle spalle a doppia mandata.




giovedì 11 luglio 2013

Capitolo 1:Mobilitazione Generale

Tredici anni dopo, Bigtoe Square, Londra

Oksa si aprì un passaggio fra gli scatoloni del trasloco per poter raggiungere la finestra della sua stanza. Tirò le tende e appoggiò il naso contro il vetro freddo. Con aria dubbiosa, tentò di fissare l'attenzione sull'agitazione mattutina che regnava nella piazza. Poi fece un profondo sospiro.
<<Bigtoe Square... mi ci dovrò abituare...>>mormorò, gli occhi grigi come l'ardesia perduti nel vuoto.
La famiglia Pollock - prima, seconda e terza generazione - aveva lasciato Parigi per Londra qualche mese prima, spinta da quello che era parso un colpo di testa di Pavel Pollock. Dopo un conciliabolo di ore dal quale Oksa era stata esclusa, l'uomo, con la consueta aria cupa, aveva ufficialmente annunciato la notizia:per dieci anni aveva rivestito l'invidiabile ruolo di capocuoco presso un rinominato ristorante parigino, ma ora, finalmente, era giunto il momento di aprirne uno proprio. A Londra. Un particolare pronunciato con un tono quasi leggero, al punto che, sul momento, la ragazzina credette di non aver capito bene.
<<Intendi Londra...in Inghilterra?>>aveva domandato, dopo qualche secondo di esitazione.
Il padre aveva annuito con evidente soddisfazione, e nel notare la sua espressione stupita aveva aggiunto che, naturalmente, se sua moglie e sua figlia si fossero rifiutate di trasferirsi, avrebbe rispettato la loro scelta...Anche se quella era l'occasione della sua vita. 
<<Un'occasione che si presenta solo una volta!>>aveva insistito con tenacia.
Marie Pollock non ci aveva pensato troppo a lungo: negli ultimi tempi suo marito si era mostrato molto angosciato, e lei si era detta che un cambiamento radicale avrebbe fatto bene all'intera famiglia. Quanto a Oksa, poteva forse dire qualcosa lei? A tredici anni non si è in grado di decidere su niente. Non aveva alcuna voglia di lasciare Parigi, e ancora meno sua nonna e il suo migliore amico, Gus. Non sarebbe mai riuscita a vivere senza di loro. Ma quando i genitori le avevano assicurato che Dragomira e la famiglia Bellanger li avrebbero seguiti a Londra, lei aveva fatto i salti di gioia. Tutti coloro che amava avrebbero preso parte all'avventura! Dopo aver osservato distrattamente il traffico giù nella piazza, Oksa si scostò dalla finestra e si voltò. Con le mani sui fianchi, si guardò intorno ed emise un lungo fischio.
<<Fffiuuu...Che casino! Ci vorranno mesi per sistemare tutta questa roba!>>
In ogni stanza, il poco spazio non ancora occupato dai mobili era invaso da decine di scatoloni. L'alloggio era più piccolo di quello di Parigi, ma i Pollock avevano avuto l'incredibile fortuna di trovare una casa tipicamente inglese, in stile vittoriano, di mattoni rossi e con una scalinata esterna, un bow-window e un microscopico cortile chiuso da un cancello di ferro battuto attraverso il quale si vedevano le finestre dello scantinato. I primi due piani erano occupati da Oksa e dai genitori, il terzo dalla nonna Dragomira che, fin da quando la ragazzina ricordava, aveva sempre vissuto con loro. Rivolse gli occhi al soffitto.
<<Ma cosa sta combinando Baba? Sta saltando la corda? Be', farò meglio a prepararmi, se non voglio entrare in ritardo, almeno io!>> disse dirigendosi verso il guardaroba. Arrivare in ritardo il primo giorno di scuola, ci mancava solo quello.
***
Al piano di sopra, dove abitava Dragomira Pollock, c'era un'atmosfera molto meno ordinaria. Nel salotto barocco dalla tappezzeria color bronzo regnava il disordine più assoluto. Tutta colpa di certe prodigiose creature che parevano fare a gara a chi metteva più scompiglio. Fra tutti, i più attivi sembravano certi piccolissimi uccelli dorati... Dopo aver fatto le prove volando gioiosamente intorno al lampadario a gocce, piombavano in picchiata come aerei da caccia per il gusto di infastidire una specie di enorme patata ricciuta che passeggiava sul tappeto di lana color porpora.
Patariccia
<<Abbasso la dittatura dei gasteropodi!>>scandivano le minuscole pesti. <<Non ne possiamo più di vivere sotto il giogo! Lottiamo attivamente uniti contro l'imperialismo mollusco!>>
<<Ehi! Avrò anche le zampe corte, ma non sono un mollusco! Io sono un Patariccia! E ho una capigliatura infernale, io!>>rispose la creatura gonfiando il piccolo petto e gettando da un lato la riccia capigliatura.
<<Lanciate le bombe!!!Viva la liberazione del popolo oppresso!>>strillarono gli uccellini in risposta.
E sue quell'urlo di guerra spararono le loro temibili granate, ovvero una decina di semi di girasole che rimbalzarono sulla schiena del ricciuto Patariccia.
<<Sì, figuriamoci...popolo oppresso...>>borbottò quello, recuperando i semi per sgranocchiarli.
Le piante, molto sensibili a tutta quell'agitazione, gemevano e si dimenavano freneticamente nei vasi. Una di loro, sistemata su un tavolino tondo color oro antico e più nervosa delle altre, con tutto il fogliame che pendeva lungo il fusto, sembrava in preda alla tremarella.
<<Adesso basta!>>urlò Dragomira.<<Guardate in che condizioni di stress avete gettato la povera Goranova!>>
L'anziana signora raccolse l'ampio vestito di velluto viola e si inginocchiò. Canticchiando una dolce melodia, iniziò a massaggiare le foglie della pianta terrorizzata, mentre questa si lasciava sfuggire patetici sospiri.
<<Se continuate così>>,proseguì fissando con severità alcuni di quei piantagrane,<<sarà costretta a spedirvi a pensione da mio fratello. E sapete bene cosa significa: un viaggio molto, ma molto lungo!>>.
A quelle parole, le creature e le piante si zittirono di colpo. Conservavano tutte un ricordo doloroso del loro ultimo viaggio al seguito di Dragomira, in quel frettoloso trasferimento, secondo loro completamente insensato. Avevano il terrore dei mezzi di locomozione. Treni, barche, aerei, automobili: invenzioni demoniache destinate a scombussolarti il cuore e lo stomaco...Gli uccelli avevano vomitato per quasi tutto il tragitto, e la clorofilla delle piante si era inacidita come latte andato a male, rischiando di avvelenarle.
<<E adesso, tutti nell'atelier: filate!>>ordinò Dragomira. <<Devo uscire, oggi è il primo giorno di scuola della mia nipotina. Miei Servitocchi, presto, venite in mio aiuto, vi prego!>>
Servitocchi
Due creature stravaganti, infilate dentro salopette blu, accorsero zoppicando. uno era grassottello con un cranio ricoperto di peluria, l'altro filiforme con in testa un parrucchino giallo limone. Ma avevano delle particolarità in comune: bassa statura -ottanta centimetri-viso paffuto ed enormi occhi blu dai quali traspariva una benevolenza assoluta.
<<Gli ordini di nostra Graziosa sono eterno piacere, abbiate la certezza del nostro appoggio e della nostra persistenza!>>esclamarono con seria pomposità.
Dragomira si diresse verso un'enorme custodia di contrabbasso appoggiata contro il muro in fondo alla stanza. L'aprì: vuota. Posò il palmo della mano sul fondo di legno, e questo si aprì come una porta. Dragomira si sporse ed entrò per accedere alla scala a chiocciola che sbucava nel suo solaio-atelier. Seguendola docilmente, i due Servitocchi afferrarono una pianta ciascuno e spronarono le altre creature, che a turno superarono il bizzarro passaggio.Una volta che tutto quel piccolo mondo fu entrato nell'atelier, la donna chiuse la custodia alle spalle.